Dalla Prefazione alla nuova edizione dell’opera di Ernesto Balducci, Francesco. L’uomo nuovo, Collana Per una cultura di Pace, diretta dalla Fondazione Ernesto Balducci
Una stupenda storia di fallimento
Luigino Bruni
L’anniversario francescano ha prodotto il miracolo di trasformare decine di giornalisti, poeti, divulgatori in esperti di Francesco, una competenza miracolosa che ha generato una inondazione di libri, eventi, trasmissioni televisive su Francesco, quasi sempre di scarsa qualità storica, teologica e spirituale. Leggere questo saggio di Ernesto Balducci è invece un viaggio attraverso paesaggi luminosi, aria pulita e fiori bellissimi. Il San Francesco di Balducci è uno dei migliori libri mai scritti sul poverello di Assisi, un testo classico che nessun studioso di Francesco e del movimento francescano dovrebbe ignorare. È un classico perché padre Balducci possiede (almeno) tre qualità molto rare, soprattutto da trovare assieme: 1) il rigore dello studio delle fonti francescane, 2) una grande sensibilità storica, sia per la storia della chiesa che per quella della cultura europea, 3) una conoscenza della logica profetica, che gli consente di entrare nel «cuore della scelta profetica di Francesco» (p. 128), perché Francesco è stato molte cose, ma è stato soprattutto e profondamente un profeta (per capirlo occorre pensare ai profeti biblici, a Gesù, o a Gioacchino da Fiore, ben presente e non a caso in questo libro).
Una profezia colta nella sua natura biblica, che quindi è rivolta al futuro: «Anche se la forma di vita della sua fraternità si richiamava a quella della chiesa primitiva, in realtà egli guardava in avanti, senza quella propensione archeologica tipica di chi imita i modelli del passato, ma con la disposizione a inventare sempre qualcosa di nuovo» (p. 130).
È un saggio che affronta i grandi temi della ‘questione Francesco’ – Assisi, la vocazione, il denaro, la fraternità, la povertà, la chiesa, Chiara, il Cantico, La Verna … –, e che quindi presenta il poverello di Assisi anche nella sua dimensione diacronica e biografica, cercando di far parlare soprattutto la Fonti Francescane. Ma questo non è uno dei tanti libri che rielaborano le antiche Vite, con qualche attualizzazione. Il libro di Balducci contiene invece una lettura originale di Francesco, incentrata su due colonne classiche, la povertà e la visione della chiesa, rivisitate dalla personalità profetica e dal talento dell’autore. Balducci ha vissuto, narrato e costruito una visione profetica della chiesa e della vita, e dal suo incontro con Francesco è nato un libro che entra nel vivo della chiesa del dopo Concilio Vaticano II e dei grandi temi del suo e del nostro tempo (pace, donna, economia, politica, poveri, potere, profezia, Regno…).
Il povero e la povertà striano tutte le pagine del saggio, ad iniziare dalla vocazione giovanile di Francesco nella sua Assisi commerciale, dove «il povero in quanto tale, nella nuova etica, finiva con l’apparire non più soltanto una vittima delle ingiustizie sociali, ma un fallito nella lotta per la vita e perciò meritevole di essere tenuto ai margini. Il lebbroso è il più povero dei poveri, ed è soprattutto nel confronto con lui che la città nascente rivela quale sia la sua anima: l’esaltazione del successo e dunque il ripudio di chi, per colpa o per sorte, non è in grado di entrare nella competizione. La società scarta l’uomo misero così come la chiesa teocratica ripudia il crocifisso. Non è un caso che alle origini della conversione di Francesco ci siano il servizio ai lebbrosi, l’incontro col crocifisso di San Damiano, la sua decisione di restaurare, su invito del crocifisso, una chiesina ormai cadente, anch’essa, insomma, una chiesa lebbrosa in confronto alle splendide chiese dentro le mura della città» (p. 44).
Balducci ci mostra le scelte radicali e folli di Francesco come atti affatto ingenui che si ponevano in alternativa alla logica della chiesa e della società del suo tempo. Diversamente dalla teologia della controriforma e pre-conciliare, per Balducci la chiesa del Medioevo non era espressione dell’età dell’oro del cristianesimo, ma un lungo periodo buio – iniziato almeno con Costantino e i grandi concili ecumenici – caratterizzato da decadenza evangelica e ricerca di ricchezza e potere, quella chiesa che preferì autopresentarsi più come imago imperi che imago Christi, costruita teologicamente sulla centralità del Padre che impediva al Figlio e ancor più allo Spirito di operare nelle dinamiche ecclesiali e sociali. In quella chiesa Francesco fu grande segno di contraddizione: «La forza di questa sua ostinata intenzione si rivelerà anche nel linguaggio. “Non dava a nessuno il titolo di ‘padre’ o di ‘maestro’ perché così comandava il vangelo” (Spec, 122) e perché così comandava la coerenza con l’intuizione che lo aveva illuminato per la prima volta quando visse insieme ai “fratelli cristiani”, i lebbrosi. E nella Regola stabilirà che “nessuno sia chiamato priore”» (p. 57).
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