dal nuovo libro di Gilberto Squizzato IL SOVVERSIVO DI NAZARETH. La conversione dell’operaio che non voleva essere il Messia
pubblichiamo l’Introduzione dell’Autore
TROPPI EUTICHE ANCORA IN GIRO
Se pur senza saperlo siete seguaci di Eutiche, questo libro non fa per voi: chiudetelo subito e non procedete oltre nella lettura.
Chi fu Eutiche? Teologo e monaco bizantino, visse a Costantinopoli fra il IV e il V secolo portando un nome più che beneaugurante che significava “il fortunato”. Ma a Gesù di Nazareth questo Eutiche non portò nessuna fortuna perché lo espropriò della sua piena, totale umanità. Come fece tutto questo? Elaborando la dottrina detta “monofisismo” – dal greco “monè” (una sola) e “phùsis” (natura) – secondo la quale, una volta avvenuta l’incarnazione di Gesù nel grembo di Maria, la natura umana del concepito fu tutta assorbita da quella divina: Gesù, secondo Eutiche, si ritrovò ad essere una figura esclusivamente divina che aveva assunto in apparenza le sembianze umane.
Io personalmente non saprei dire con precisione che cosa possa significare il dogma del “duofisismo” stabilito nel 451 dal concilio di Calcedonia (dal greco “duo”, due, e “phùsis”): dottrina questa che sostiene la coesistenza in Gesù Cristo delle due nature, umana e divina. Non saprei farlo perché se della condizione umana qualcosa conosco per diretta esperienza non ho invece alcuna conoscenza personale di quella divina, né potrei averla: e dunque, a questo proposito, preferisco tacere piuttosto che dire spropositi.
So però che se Gesù non fosse stato perfettamente e compiutamente uomo tutta la sua vicenda si sarebbe ridotta alla pura messa in scena di un copione deciso prima dell’inizio dei tempi nell’alto dei cieli: ma questo l’avrebbe derubato della sua essenza umana, del suo carattere e della sua personalità, della sua passione per la verità esistenziale della creatura umana, e anche del suo autentico dolore oltre che delle sue intime gioie.
Leggendo e rileggendo i vangeli mi pare invece che l’uomo Gesù di dubbi ne abbia avuti molti, anche su se stesso e sul proprio destino: non solo nel Getsemani, ma anche in quei momenti davvero critici in cui pose ai discepoli le due cruciali domande: “Che cosa dice di me la gente? E secondo voi io chi sono?” (Mc 8,27-29) Non mi pare proprio che Gesù sia stato il tipo da fare indovinelli per vedere fin dove arrivassero l’acume o la cieca fede dei suoi compagni.
Oltretutto, se fosse stato un dio fintamente incarnato, avrebbe dovuto conoscere il futuro fin dal principio e dunque, così esente da dubbi e incertezze, non avrebbe mai dovuto sperimentare il tormento di dover assumere delle drammatiche decisioni: tutti gli eventi della sua vita sarebbero scivolati uno sull’altro placidamente in serena tranquillità e non ci sarebbe stato niente di drammatico nella sua morte in croce, tranne un po’ di solo apparente dolore fisico. Ma questo io non riesco proprio a crederlo: tutta la sua esistenza mi sembrerebbe un patetico e insignificante teatrino e la tremenda Crocefissione di Tintoretto (fig. 1) mi apparirebbe come una scenografica baracconata perché sarebbero stati una penosa finta anche quei chiodi confitti nelle sue mani e nei suoi piedi. Proprio perché voglio credere e affermare il contrario, ho chiesto all’editore di mettere in copertina la fotografia di un agghiacciante reperto archeologico: si tratta dell’immagine di un chiodo confitto nel tallone di un ebreo crocefisso dai romani a Gerusalemme nel I secolo, con penosa sorte e atroce sofferenza non dissimili da quelle del galileo crocefisso sul Golgota.

Come potrei dunque definire la visione riduttiva e deformata di Eutiche che sottrae a Gesù ogni autentica verità umana? La chiamerò “il divinismo di Eutiche”: una visione che non posso condividere perché negando la sua vera umanità spegne in me ogni interesse ad appassionarmi alla sua vicenda.
Vero uomo ma anche uomo vero, reale, fu a mio avviso questo Gesù di Nazareth: non un dio fintamente incarnato ma neppure un personaggio leggendario, anzi mitico, creato – come insistono a ripetere noiosamente alcuni negazionisti – dalla fantasia di certi astuti venditori di fumo e divenuto strumento di un’operazione commerciale di grande successo chiamata religione cristiana. Se mi è possibile credere alla realtà storica di Zoroastro, Buddha, Confucio, Maometto, perché dovrei gettare alle ortiche la vicenda dell’uomo di Nazareth?
Voglio dunque tentare di incontrarlo nella sua effettiva realtà storica, ma per far questo non posso accontentarmi della sua versione dottrinale e dogmatica. Sento perciò il bisogno di tentare un’indagine che si avvalga degli studi e delle acquisizioni – anche recentissimi – di decine di scrupolosi storici, biblisti, filologi, archeologi, e perché no? anche antropologi e psicanalisti. In questo modo mi/ci sarà possibile definire con qualche precisione la sua realtà personale, familiare, culturale, religiosa, ambientandola nel contesto e nel momento temporale precisi in cui essa ha preso corpo: la Galilea e la Giudea dell’inizio del I secolo.
Preferisco insomma archiviare la facile e consunta immagine dello stupefacente taumaturgo che piega la natura ai propri capricci compiendo miracoli che ammutoliscono le folle e poi sale spontaneamente sulla croce per compiere il sacrificio dell’espiazione vicaria allo scopo (ormai non più credibile) di cancellare tutti i peccati di tutti gli uomini di tutte le epoche di tutta la storia umana. Mi interessa invece, sapendolo vero uomo, riconoscere in lui lo stupore e anche l’ansia di un ragazzo della Galilea del I secolo che si interroga sulla vita e sulle meraviglie di quel piccolo mondo che è per lui la minuscola Nazareth; di un adolescente che chiede notizie precise ai vecchi del paese delle atroci esecuzioni di massa che, quando lui aveva solo pochi mesi di vita, portarono duemila Ebrei ribelli insorti contro Roma sulle croci del console Varo; di un giovane adulto che spesso si apparta per riflettere in solitudine sul senso più profondo delle parole della Torah che ha sentito leggere in sinagoga e che al tempo stesso percepisce i primi fremiti di desiderio per le belle fanciulle del suo villaggio, chiedendosi se e come deve mettere su fami glia e se quello di carpentiere deve essere il suo lavoro per tutta la vita; di un uomo che un certo giorno sente urgergli dentro il bisogno di lasciare il villaggio nativo per andare a conoscere quel Giovanni Battezzatore di cui tutti parlano con tanta ammirazione: con tutte le pericolose conseguenze che scaturiranno dall’incontro con quello spirito indomito che non teme di alzare la voce per condannare l’astuto e spregiudicato Erode Antipa…
È questo il Gesù che vi invito a inseguire con me, in queste pagine, non certo per accontentarvi delle notizie e delle ipotesi che mi permetterò di sottoporre alla vostra riflessione, ma per appassionarvi ancor più ai tanti enigmi che circondano la sua figura ineguagliabile e continuare, anche dopo la lettura di questo libro, la vostra personale ricerca.
Non dovrete però stupirvi se vi chiederò anzitutto di compiere un viaggio a ritroso nel tempo per farvi un’idea non approssimativa del contesto ebraico da cui emerge la sua vicenda: e non ci occuperemo solo di religione, ma anche di politica, cultura, economia, commerci. La parola e l’azione di Gesù non affiorano prodigiosamente dal nulla ma si nutrono della storia collettiva di un popolo, delle sue convinzioni, dei suoi dolori, delle sue speranze, delle sue attese. Ecco perché è indispensabile conoscere almeno per sommi capi non l’Israele raccontato dalla dottrina cattolica e tutto visto in funzione del Cristo, ma l’Israele reale dei secoli che precedettero l’avvento dell’uomo di Nazareth.
Sono convinto che in questo modo ci avvicineremo, per quanto possibile, a un Gesù di Nazareth molto più umano di quanto crediamo, molto più determinato e politicamente combattivo di quello in cui ci hanno insegnato a credere: un autentico sovversivo che con la sua banda di fuorilegge osa attentare all’ordine costituito, sia religioso che politico, e che propone ai suoi conterranei quella che oggi chiameremmo una vera e propria “rivoluzione antropologica” alla quale lui stesso perviene grazie a una lunga, laboriosa “conversione” che costituisce appunto il tema centrale di questo libro.